Le vie del giornalismo a Castagneto Carducci
sabato 27 luglio 2019

* di Roberto Rinaldi

Castagneto Carducci è un piccolo borgo che si erge sulle colline dell’entroterra della Maremma livornese: siamo nella zona di Bolgheri dove si trova un’importante riserva faunistica, resa celebre in tutto il mondo per la sua produzione vitivinicola che vanta vini tra i più rinomati dalle guide enologiche. Il toponimo deriva da castagno per cui il nome del paese sta a significare bosco di castagni. Nel 1900 fu aggiunto Marittimo (riferito a Maremma) ma dopo sette anni mutuato in Castagneto Carducci, in onore del poeta Giosuè Carducci, il quale da bambino visse per alcuni anni nella località Bolgheri situata a nord del paese. In questi giorni ospita Le vie del giornalismo dove sono stati invitati giornalisti e scrittori autori anche di inchieste giornalistiche come quella di Paolo Borrometi con “Un morto ogni tanto”, libro presentato giovedì 25 luglio nella Piazzetta della Gogna (il nome deriva dal luogo dove venivano esposti al pubblico ludibrio i condannati) alla presenza di circa 150 persone per seguire un dibattito animato dalla presenza di Nadia Monetti giornalista del TG2 e di Vittorio Di Trapani giornalista RAI e segretario del Sindacato Usigrai. Le vie del giornalismo è una rassegna organizzata dal Comune di Castagneto Carducci e assessorato alla Cultura, Biblioteca Comunale e Cooperativa Microstoria, curata da Gianpaolo Boetti giornalista ex caporedattore de La Stampa e da Elisabetta Cosci (giornalista e vicepresidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti). Per nove sere fino al 13 agosto firme prestigiose del giornalismo italiano come quella di Furio Colombo, Francesco Magris (professore ordinario all’Università Rabelais in Francia), Federico Tulli autore di “Giustizia divina”, un’inchiesta clamorosa su cosa accade nei centri di cura per sacerdoti e suore in “difficoltà”, sono i protagonisti degli incontri per raccontare le tante realtà cosi diverse e contraddittorie del nostro tempo. Sabato 27 sarà la volta di Nando Dalla Chiesa autore di “Rosso mafia. La ‘ndrangheta a Reggio Emilia”, scritto insieme a Federica Cabras, un’analisi dettagliata sul lato oscuro della provincia più rossa d’Italia: «Era la cosa più difficile da pensare, la mafia a Reggio Emilia. La mafia che nasce e prospera nell’abbandono, nel degrado, nella disoccupazione e invece mette radici nella città simbolo della cura sociale, nel vitalissimo modello di sviluppo emiliano. Le mafie che al Nord trova spazio nella corruzione, nella finanza d’avventura e nell’individualismo e attecchisce nella città del partito delle “mani pulite dell’economia industriale e contadina, nella capitale della cooperazione». A fare gli onori di casa a Paolo Borrometi la sindaca di Castagneto Carducci Sandra Scarpellini.

«Un ringraziamento particolare alle forze dell’ ordine presenti e agli uomini della scorta che garantiscono costantemente l’ incolumità’ di Paolo Borrometi mettendosi al servizio anche di noi tutti noi per garantire la libertà’ di pensiero e il diritto di essere informati – ha spiegato Vittorio Di Trapani nell’introdurre la conversazione – anche se non dobbiamo parlare solo del soggetto protagonista qual’è Paolo ma soprattutto delle sue inchieste giornalistiche che hanno permesso alla magistratura di indagare e poi condannare i responsabili di crimini commessi. Per questo Paolo ha perso una parte della sua libertà e non dimentichiamo quando lui all’inizio denunciava gli rispondevano di “lasciar perdere; di smetterla perché qui non c’è la mafia!”. Chi sosteneva questo commetteva l’errore di far credere di pensare che la mafia non esistesse nelle regioni del Nord».

Nadia Monetti rivolgendosi al pubblico molto partecipe ha esordito:«Un Paese non ha bisogno di eroi, per troppo tempo abbiamo avuto bisogno di simboli e di un uomo solo al comando. Il problema delle mafie non può essere risolto solo dalle forze dell’ordine e dalla magistratura ma bisogna contrastare la cultura mafiosa e non solo con la repressione. Non possiamo sempre delegare È sempre compito di altri? Paolo non deve essere considerato un’eroe per quello che fa ma noi dobbiamo stare sempre al suo fianco e a tutti i colleghi che si espongono più degli altri. Il nostro ruolo è quello di essere scorta mediatica». Definizione coniata da Giuseppe Giulietti presidente della FNSI a sostegno di tutti i giornalisti minacciati e costretti a vivere sotto scorta, come ha ricordato Vittorio Di Trapani. Attualmente sono 22 in Italia. Le mafie e la criminalità organizzata, i gruppi neofascisti e neonazisti perseguono nell’incitare la violenza per impedire il lavoro di chi ha il dovere di informare l’opinione pubblica. I protagonisti del dibattito lo hanno ricordato più volte durante la conversazione interrotta da frequenti applausi. «Le mafie sono anche quei politici che si sono piegati al volere dei mafiosi, uomini delle istituzioni corrotti e asserviti agli interessi della criminalità organizzata. I cittadini devono sapere, devono essere informati – così Paolo Borrometi si è espresso – e voi avete il diritto (rivolgendosi al pubblico, ndr) di sapere da che parte stare». Alla domanda da dove è iniziata l’inchiesta sfociata nella pubblicazione di “Un morto ogni tanto”, il giornalista ha risposto così: «Tutto ha origine a Scicli, il paese diventato famoso per essere il set della fiction “Il commissario Montalbano”, dove un capomafia è riuscito a influenzare le elezioni. Questo Comune poi è stato sciolto per mafia e il sindaco è andato a processo e condannato in primo e secondo grado di giudizio. Qui il 16 aprile del 2014 ho subito un’aggressione che mi ha procurato lesioni permanenti (Borrometi ha rievocato la sua inchiesta su un produttore del Consorzio del pomodoro di Pachino privo del certificato a fronti, ndr). Questo è il Paese di Marco Biagi lasciato solo senza scorta a causa della poca “sensibilità “ dell’allora ministro degli Interni, Roberto Maroni. Anche se a me è stata privata la libertà continuerò a raccontare quello che accade perché un giornalista non può smettere di farlo. Il male peggiore è l’indifferenza e io vi chiedo: non lasciateci soli! Per la libertà di ognuno di noi. Continuerò a privarmi della libertà per difendere quella di ognuno di voi. Quello che mi preoccupa di più è il silenzio degli onesti piuttosto che le parole dei mafiosi. Io sono per la diversità d’opinione ma ci sono dei limiti che sono sanciti dalla Costituzione. Penso al servizio del TG 3 dell’Emilia Romagna su Predappio, ad esempio. Il fascismo è un reato». Pensiero condiviso da Vittorio Di Trapani: «Il fascismo è la negazione della libertà delle idee», ricordando anche il fallito attentato a Paolo quando la mafia aveva preparato un’autobomba per ucciderlo insieme ai carabinieri della sua scorta. «Grazie ad un’intercettazione delle forze dell’ordine l’attentato è stato sventato a dimostrazione che lo Stato può vincere e sconfiggere la mafia. Possiamo vincerla tutti uniti.

Paolo Borrometi ha voluto anche ricordare Antonio Megalizzi: «sto leggendo i suoi scritti che ci ha lasciato e mi ha colpito una sua frase che dice: “se uno mi vorrà colpire per farmi male io non risponderò alla sua violenza con altra violenza..”». Oggi a Trento la presidente del Senato Elisabetta Casellati in visita istituzionale ha voluto poi conoscere anche i genitori di Antonio, Domenico ed Annamaria. L’incontro non era previsto dall’agenda ufficiale e durante il colloquio privato ha espresso la sua vicinanza ai familiari per la perdita del figlio assassinato a Strasburgo l’11 dicembre del 2019.

(L'approfondimento è apparso su Articolo21.org)

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